Citazioni · Riflessioni

La panchina delle confessioni

PanchinaUna bella giornata autunnale, con ancora il sole che fa capolino fino nel pomeriggio inoltrato e la possibilità di camminare tra le vie e i parchi della mia città.

Preferisco sempre fare quasi lo stesso giro, la città è piccola e alla fine i posti in cui vado a finire sono gli stessi quasi tutti i pomeriggi.

Qualche giorno fa, forse avevo esagerato e al ritorno ho deciso di attraversare uno dei polmoni verdi vicino al centro storico e sedermi per qualche minuto su una panchina. Quando ho fatto per andarmene l’occhio mi cade sullo schienale della panchina, dove c’è scritto quello che vedete:

“LA PANCHINA DELLE CONFESSIONI IN AZIONE… CONFESSATI ANCHE TU!” Trascrivendola ho volutamente lasciato Dio. Credo che Lui in tutta questa frase non c’entri. Meglio, preferisco pensare che quella panchina sia stata punto di ritrovo per molti ragazzi o chissà, forse, anche per qualche adulto e che sia diventata punto di ritrovo fisso o quasi e che li le parole sussurrate, urlate, i pianti, i sorrisi, segreti e chissà che altro, abbiano impregnato quel legno. Solo lui sa, solo lui trattiene tutto immutato.

Figlio di una generazione a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, anche per me c’è stata “la panchina delle confessioni”: luogo dove ritrovarsi, parlare, stare in compagnia. Nel corso degli anni sarà cambiata come location, come volti di chi la occupava, ma comunque c’era sempre un posto dove ritrovarsi e allontanare per un pomeriggio le noie scolastiche o della vita quotidiana.

 

E voi…avrete anche voi un posto che per abitudine è diventato “il solito posto”? Che cos’è per voi questo posto?

 

Alla prossima!

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life · Riflessioni

Radici

RadiciCondivido con tutti voi questo pensiero che ho ritrovato tra i miei appunti sparsi  nei meandri del PC. Sono appunti che ho buttato giù dopo una giornata in campagna  e dopo aver osservato mio padre lavorare i campi.

“Spazi verdi, aria buona e il lavoro nella propria terra, la nuda terra, con mio padre chino sulla fresa mi hanno portato a pensare profondamente alle mie radici. E di queste radici ne sono orgoglioso! Il lavoro nei campi, la fatica, l’amore per la propria terra, la fresa che smuove le zolle. Quella terra accoglierà nuovi semi che saranno germogli e poi frutti. Dico grazie a chi mi ha trasmesso questi valori e questi insegnamenti. La mia famiglia. Chissà se un giorno sarò capace di amare allo stesso modo ed insegnare a chi verrà ciò che loro hanno insegnato a me. E come si fa nei campi un po’ penso dovremmo fare anche nel nostro animo. Lavorarlo, smuoverne le zolle. Se faremo questo credo che in qualche modo raccoglieremo il frutto del seme che il Signore ha gettato in noi e continueremo a seminare.”

Come vedete, è un pensiero molto semplice di qualche hanno fa. Ogni volta che lo rileggo, per me è un po’ come un “esame” su quello che ho fatto e sto facendo ora usandolo un po’ come metro di giudizio.

Alla prossima!

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You & Me – IV Parte

You&MeL’aria già frizzante di quel tardo pomeriggio avvolgeva i corpi dei due ragazzi coperti da quegli indumenti ancora leggeri. Nel poco tratto di strada dalla piazzetta al primo bar le loro teste furono completamente svuotate. Nessuno dei due riuscì a pensare nulla, a qualcosa sul significato di quell’abbraccio di qualche istante prima. Entrambi avevano solo voglia di arrivare a destinazione e scaldarsi. In due minuti arrivarono a un grande piazzale pieno zeppo di bici e scooter sgangherati, dove quello di Marco forse, a confronto, era quello messo meglio. Marco salutò un gruppetto di compagni che facevano capannello di fronte alla fontana. Al passaggio della coppia, il gruppetto, sfoggiava a bassa voce una lista di commenti e banalità. Marco e Anna tirarono dritto e si sedettero ad un tavolo per due persone. Il caldo del locale li rianimò e si guardarono ancora una volta.

Lesto arrivò quello che aveva l’aria di essere un cameriere: uno spilungone in camicia bianca e pantaloni neri attillati, il quale sfoggiò un sorriso e attese che proferissero parola.

– Un tè caldo per me…

– Un succo A.C.E. …grazie!

Il cameriere indietreggiò come a non voler rompere quella bolla di silenzio che Anna e Marco si erano costruiti in quel pomeriggio che ormai era inoltrato verso la sera.

Quel silenzio andava rotto, in un modo o nell’altro. Ovviamente nessuno dei due osava fare il passo decisivo fino a quando Anna sospirò e prese la parola:

-“Ascoltami…non so veramente da dove cominciare ma…mi dispiace… Mi dispiace molto per te. Lo so che sei arrabbiato, solo, deluso e non ce la fai più ma ti facevo diverso, pensavo che a tutto questo, con il tempo reagissi come di solito fai quando non la fai passare liscia a qualcuno. Con la convivenza in classe per un anno, qualcosa ho visto… Ora però non so cosa ti succede. Sei spento Marco, non sei tu. So di averti tenuto sulle spine e di non averti aiutato, con tutto il bisogno che avevi e che hai ancora oggi, ma non ti nascondo che ho tifato per te, perché tu tirassi fuori quello che sei e rialzassi la testa. Forse non basta… ” Gli occhi di Anna si fecero lucidi, il piccolo locale si andava svuotando come a preservare quell’aura di segreto che si era costruita tra i due. Il cameriere, intanto, arrivo con il tè e il succo A.C.E., ancora una volta, in maniera discreta si allontanò.

Anna proseguì: “Quando avrai il compito del debito formativo?” – “Lo stesso giorno del primo compito in classe di matematica. A metà ottobre… so un ca…” Marco, anche se il locale era vuoto, abbassò la voce.

-“Ho bisogno di te Anna, devo recuperare assolutamente matematica…” – “Seh… cosi mantieni il motorino e continui a girarmi intorno sperando che succeda qualcosa… ” – “Al diavolo il motorino, Anna, è una questione di orgoglio personale. Questo pomeriggio poteva sembrare che io fossi in silenzio e con la testa altrove ma non è cosi. Ho ascoltato ogni tua parola, punteggiatura compresa, e hai ragione, io non ero cosi, io giravo per l’istituto a testa alta. Oggi mi sembrava di essere un primino che aveva persino paura della sua ombra. Inoltre è vero, è un anno che ti ronzo intorno e proprio grazie a questa stupida sfrontatezza con cui vado in giro, non sono stato in grado di chiederti di fare semplicemente un giro come finalmente ho fatto oggi.”. Fece una pausa, ingurgitò in un colpo il succo A.C.E. e  poi fece un gran sospiro.

Anna non sapeva che dire e solo dopo qualche attimo stretta tra le spalle sussurrò “Scusa” e finì il suo tè. Appoggiò la tazzina e guardò Marco arrossendo.

-“Scusami, nemmeno io in tutto questo tempo ci ho capito niente, presa dalla voglia di scalare una chissà quale classifica di studente dell’anno, quando potevo rimanere accanto a chi ne ha bisogno. E tu ne hai. Facciamo un patto: in questo tempo che ti separa da questo dannato debito da sanare, appena ho finito di studiare ti raggiungo a casa e ti aiuterò. Tu però, promettimi che non mollerai e continuerai a studiare per recuperare tutto quello che c’è da recuperare ed essere promosso. Ci stai?”

Per Marco quelle parole erano acqua che disseta una gola secca da chissà quanto tempo, rimase con lo sguardo vuoto fisso su Anna e solo dopo qualche minuto sussurrò un “si” misto a lacrime. I mesi successivi a quell’incontro erano fatti di quella complicità tra compagni di classe che Anna e Marco avevano perso. Arrivò il fatidico giorno della prova e Marco, dopo due ore, prima che scoppiasse di fronte ai compagni, corse al bagno, si lavò la faccia mentre rideva. Prima di consegnare aveva guardato all’infinito il foglio, era sicuro di avercela fatta.

Qualche giorno dopo arrivò il tanto sospirato 7 che significava per Marco la riconquista della dignità e di orgoglio. Incrociò Anna per i corridoi la quale fece in tempo a dire solamente: “Allora?”. Marco rimase in silenzio, prese Anna per un braccio, si appartarono dietro un muro della scuola e la guardò fissa negl’occhi. Dopo qualche istante disse solo “Grazie.”, sfiorò il suo viso e rimase ancora una volta con gli occhi puntati in quelli di Anna. Lasciò cadere il braccio, si volto e senza dire nulla riprese il lungo corridoio. Non osò fare di più, in quel mese e mezzo aveva capito più cose che in una intera vita senza appigli, come la sua famiglia. Anna a sua insaputa era stata l’insegnante migliore che avesse avuto.

Termina qui questo breve racconto scritto molto di getto. Mi meraviglio anche io di essere riuscito in questa impresa…wow! Spero vi sia piaciuto e non mi dispiacerebbe se “giudicaste” ogni brano che vi ho lasciato con le stelline che trovate in alto a sinistra in ogni post. Grazie a tutti!

Alla prossima!

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You&Me – III Parte

You&Me

Ore 17:45 Anna svolta dal vicolo proprio mentre Marco scarica tutta la sua tensione in quel calcio al pallone che s’infrange contro il muro del vecchio rudere. Il colpo del pallone scarica a terra un ammasso di calcinacci che creano una nuvola di polvere giallastra che con il vento investe Anna. Anna fa in tempo a voltarsi e coprirsi la faccia un po’ con le mani un po’ con il braccio. Marco è una statua di sale. La sua mente si svuota e riesce solo a pensare “Bravo! Tre su tre!”. Anche Anna è impietrita e per alcuni attimi il silenzio è rotto solo dalle folate di vento che continuano ad alzare la polvere. Anche il bimbo, dopo aver raccolto il pallone, si nasconde dietro la mamma.

-“Scusa…”

-“Eh scusa… guarda qua, felpa mal ridotta e jeans…va beh…”. – Tutto stava andando secondo i piani per Anna. – “Aiutami almeno a pulirmi un po’, non essere un palo.”

Marco si avvicinò ad Anna, tutto tremante e comincio a strofinarle le maniche e la schiena. Anna pensò al resto.

-“ Allora…cosa hai da dirmi? Con cosa ti scuserai stavolta?”

Marco deglutì a fatica e prese coraggio. Non aveva né una scusa, né altro da dire. Appena gli sembrò che Anna avesse riacquistato un po’ di decenza si sedette sul motorino. In silenzio. Passò un minuto, che in quella situazione sembrò infinito. Anna lo guardò attraverso gli occhiali impolverati e le si avvicinò prendendogli il braccio con una mano.

-“Imbranato eri e tale sei rimasto eh… e poi con i piedi non ci sai proprio fare. Giochi a pallavolo, infatti” – sorrise per un istante e poi riprese – “ Ma quand’è che cambi, che cresci, che lasci questa ferraglia e metti la testa apposto? E pretendi anche che io ti aiuti quest’anno? Guarda…non se ne parla proprio.”

-“E perché?”

-“Semplice… non mi è mai andato a genio chi non si da una mossa pensando a se.”

Marco si sentì un colpo in testa. Ruppe il silenzio. –“Anna ho davvero bisogno di aiuto, ma non solo a scuola, ho bisogno di aiuto per me, per essere diverso, ma tu che ne sai di me, sempre con quella testa ficcata sui libri e quel registro pieno di voti che non scendono dal 8! Anzi in qualche caso… salgono! Per finire ti dico anche che un appiglio per migliorare in casa non ce l’ho. Mio padre è sempre fuori per lavoro e mia madre si fa in quattro. Per me e per lei. Se tutto va bene ci vediamo a cena!”- Terminato questo monologo chinò la testa e sussurrò nuovamente le sue scuse.

Difatti dall’anno precedente nulla era cambiato. Anna sapeva un po’ della situazione di Marco e conoscendolo, a questo punto, forse poco, immaginava che il suo essere sfrontato in certi casi lo avesse aiutato a superare le sfide che lo attendevano. Si sbagliava. In quel durissimo anno, Marco riuscì a vedere il padre camionista tre o quattro volte, per il resto del tempo si sentiva uno spirito libero e quindi al diavolo la scuola, al diavolo gli allenamenti, al diavolo ogni cosa. Tranne lo scooter. Era capace di vagare per la piccola città anche per ore. La madre, commessa del centro commerciale cittadino, era viva solo a cena o nei giorni di riposo. Ci fu molto silenzio e in quel silenzio Anna lesse tutta l’amarezza di Marco e si sentì impotente. Forse davvero aveva fatto volare via un anno, dove poteva aiutarlo. In tutto questo però gli arrivò un ultimo flash: Marco aveva rotto gli indugi e si era dichiarato. Per Anna non era ancora il momento di diventare “un cioccolatino” come si era detta allo specchio e rilanciò: – “Beh, vedo che nulla è cambiato… anzi… dovresti essere tu quello che tira avanti a casa ma niente…Marco…niente…” – Silenzio.

Questo silenzio non ebbe un tempo calcolabile. Anna e Marco, timidamente si avvicinarono l’uno a l’altro passandosi a vicenda un braccio dietro la schiena. Non era un abbraccio, non era un qualcosa o forse sì, forse era uno dei tanti linguaggi che sostituiscono le scuse.  Non dissero nient’altro, la luce del sole si stava spegnendo e il vento fresco aumentava. Salirono sullo scooter e lasciarono la piazzetta ormai deserta. [Continua]

blog · Riflessioni

HO BISOGNO DI CONSIGLI!

TIPS

Ve lo dico in tutta sincerità, prima di cominciare e poi continuare a scrivere quel racconto a puntate che leggete nei post precedenti, ero praticamente sgombro di idee. Mi chiedevo incessantemente, leggendo altri blog, come davvero fossero un fiume in piena di articoli, curati e ben mirati seguendo un senso logico o anche solamente con un tema fisso.

Qua, l’avrete certamente capito, il tema fisso NON ESISTE. Esiste la mia testa e quello che vi passa attraverso.

Ecco, i racconti (a puntate e non) che trovate e forse troverete ancora (vi anticipo che sto strutturando le ultime due parti di You&Me e presto le pubblicherò…fate attenzione!), sono frutto di questo passare attraverso.

Certe passioni si scoprono coltivandole. Non è stata una auto-imposizione, ho solo buttato giù quello che passava in quel momento e poi ancora e ancora… ultimamente posso dire che mi date riscontri positivi! Vi ringrazio!

La base di questo blog, quando fu creato, era farmi conoscere al di là di chi mi vede tutti i giorni. “Il senso della settimana” (qui e qui) che avevo iniziato a scrivere ne è una prova.

Ma ora che sto scrivendo quello trovate mi stanno venendo alcune domande. E sì lo ammetto ho bisogno di consigli!

Per esempio: se questo spazio dovesse diventare pieno di storie e racconti, mi consigliate di cambiare il nome? Che nome dareste? Scrivendo storie, si riesce a trasmettere in modo chiaro quello che si è? Cosa vorreste sapere di me?

Ve lo chiedo perché magari poi la rotta di questa nave può aggiustarsi. Lo so sembra un MAYDAY ma credo serva a migliorarmi e a migliorare questo luogo.

E mentre voi, come detto, aspettate il resto di questa storia a puntate, io aspetto i vostri consigli!

Alla prossima!

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You & Me – II Parte

You&MeAnna, dopo quella frase così secca per quell’appuntamento, proseguì nel corridoio con la sua amica Marta.

-“Ma sei fuori di testa?” esordì Marta appena svoltato l’angolo e sicura di essere fuori visuale, -“ Per tutto un anno ti è stato appiccicato come un’ombra, un bello stress devo dire, e ora che fai, ti sciogli perché altrimenti gli tolgono il giocattolino? Quante volte mi hai ripetuto che non ce la facevi a scrollartelo di dosso tra scuola, Messenger e Whatsapp? Poi diciamocela tutta: che avrà di cosi diverso da quello che è arrivato dall’altro istituto e che frequenta il quinto? Alto, palestrato… ”

-“Ecco appunto…Marco è semplice, senza maschere e l’altro…l’altro si…ha il suo perché…” la interruppe Anna.

-“ E allora… ancora pensi… io rifiuterei e oggi pomeriggio mi tufferei su tutti quegli studi di funzione che sennò sai cosa gli raccontiamo alla prof.?!!”

-“Bah… sono tutti uguali, gli studi di funzione, per le 17 sono già bella che fuori casa.”

Marta la guardò senza parlare. Tornarono in classe e consumarono tutte le energie in quelle due ore rimaste. Ore tredici, finalmente tutti fuori. Anna e Marta si salutarono con un “Ciao a domani” che voleva dire tutto e niente.  Per la strada di casa Anna trattenne a forza il rossore e quell’urlo liberatorio che voleva mandar via tutti i pensieri di quella prima giornata. Arrivò a casa e si chiuse in camera, non salutò nessuno, nemmeno il fratello maggiore tornato in licenza dal militare, accese lo stereo e alzò il volume. Scoppiò in pianto pensando a Marco. Dopo essersi liberata, si asciugò le lacrime, aspettò che quel fuoco nel viso se ne andasse e aprì l’armadio, tirò fuori quello che le pareva più adatto, comodo e che non facesse scena. Fedele ai suoi impegni compì l’ordinaria amministrazione dei compiti e cominciò a prepararsi. Jeans, grande felpa, fascia in testa e tirò su i grandi occhialoni da vista. Erano già le sedici. La musica e i suoi pensieri su Marco andavano a braccetto. Si disse: “Marta ha ragione, il ragazzo nuovo del quinto…mamma mia…Marco…è a modo suo, a volte timido, a volte sfrontato, a volte non lo capisco; ma al di là che possano o no portargli via il motorino sembra proprio che abbia bisogno di aiuto. Forse un anno fa ero proprio io in un altro mondo, o lui quest’anno è cambiato…non lo so, vedremo…” Per sistemarsi si mise di fronte allo specchio e nel sistemarsi la coda e la fascia, si guardò e ripensando a come aveva parlato con Marco la mattina, disse “Cara Anna, vai ma non scioglierti come un cioccolatino mi raccomando! Non dire subito… siii ti aiuterò, ne hai bisogno, sono stata una sciocca lo scorso anno a non darti una mano. Sai che non è cosi. Oppure… saliamo sul motorino che ho voglia di girare con te. Tienilo sulla corda, fagli conquistare quello di cui ha bisogno. Fagli guadagnare la tua fiducia. Lui da come ragionava stamattina era in pratica convinto del tuo sì. Lo sai già che dirai di sì ma… fallo aspettare. ”. La sveglia appoggiata sulla console della sala suonava le 17. Anna prese le chiavi, sistemò il colletto della felpa e usci di casa. La strada che la separava dalla piazzetta era fatta solo da una via e diversi vicoli interni. Anna avrebbe voluto accorciare quella strada, Appena chiuso il portone l’assalì un misto tra il rifiuto con la voglia di tornare in dietro e quello di correre in piazzetta da Marco. Si mise nel mezzo. Percorse alla solita andatura trascinata quei vicoli e si avviò in piazzetta ripetendosi nella testa, come un mantra, il dialogo allo specchio. [Continua]

scrittura creativa · Storie

You & Me – I Parte

You&MePrimo giorno di scuola, centinaia di zaini e teste vagavano nel grande atrio dell’istituto, chi alla ricerca dell’aula chi di un compagno. L’estate è ancora nell’aria e la voglia di sbattere la faccia su i libri, per questi adolescenti, sembra non esserci ancora. Appoggiato a una colonna, c’è Marco. Altezza media, capelli corvini coperti da un cappello a visiera larga con sopra un paio di occhiali da sole. Viso e corporatura magri, occhi castani. Addosso la prima felpa trovata sulla sedia di prima mattina e indossata giusto per attutire l’aria frizzante delle prime ore. Un paio di jeans strappati e con il risvoltino.  Guarda quel via vai con aria assente. Ragazzini del primo anno che vagano alla scoperta e ignari di quello che li attenderà in quegli anni. Marco lo sa, Marco non è un “primino”. Marco ripete il 3° anno. Un anno pieno di cambiamenti ma soprattutto pieno di distrazioni.

Tra tutto quel via vai lo sguardo di Marco è abbastanza allenato; tra le centinaia di teste, riconosce la sua distrazione numero due: Anna. Si numero due perché la n° 1 è lo scooter con cui arriva a scuola ed è stato compagno di tutte le sue assenze e dei pomeriggi fuori dai libri, anche per far colpo su Anna.

Anna alta, capelli castani occhi grandi azzurri e occhialoni da vista altrettanto grandi, più per moda che per necessità. Anna quella sempre apposto, a scuola e fuori, quella vestita sempre con jeans e golfino. Anna quella non per cosi dire “secchiona” ma una che si poteva permettere di non rimanere affogata sui libri per ogni compito o interrogazione. E con quel ritmo era arrivata al quarto anno. Cosa che avrebbe dovuto fare invece Marco ma che era più preso dallo scooter e da Anna che dalle formule, dai calcoli, dalla storia e dagli autori.

Anna era per Marco un pensiero continuo e quella mattina, da quella colonna, dopo averla rivista quel pensiero, tornò vivo:

“Ma tu guarda questa, l’anno scorso per fargli spiccicare due parole, ho dovuto approfittare delle sue compagne che facevano il filo a me (che tra l’altro nemmeno mi interessavano) e quest’anno tiene su quasi un comizio e non solo parla con le sue amiche, ma attacca bottone anche con la parte maschile…se così è quest’anno mi metto in mezzo” . Pensare questa cosa e muoversi in direzione di Anna e di quel capannello che si era formato fu un tutt’uno. Arrivato quasi alla soglia di quel gruppetto, disse:

– “Ciao Anna!” – Anna restò ferma e guardò Marco quasi senza espressione.

-“Ah… ciao… cosa farai quest’anno continuerai a scorrazzare con quella ferraglia con la sella o ce la farai a stare qui dentro?” – Marco sorrise. – “Quest’anno mi dovrò dar da fare se voglio che quella ferraglia, come la chiami tu, rimanga con me. Tocca studiare.”

-“ E scommetto che vuoi il mio aiuto…” – Marco strinse le spalle ma non voleva far notare quel momento di debolezza: -“ Beh se la metti cosi…mica mi tiro indietro. Accetto! E poi tu quelle cose le hai già fatte..le sai!”

-“Dobbiamo vedere se accetto io…”

In quel momento la prima campanella suonò e come formiche tutti entrarono nelle aule. Anche Marco lo fece ma appena prese la matita per scrivere l’orario di quell’anno scolastico spostò la mano sul banco e sul piano di formica scrisse “You&Me”. La distrazione numero due anche per quest’anno regnava incontrastata in testa a Marco. Passarono le ore e in quei venti minuti di ricreazione Marco aveva una sola missione: fermare Anna nei corridoi e non solo convincerla a farsi aiutare durante l’anno ma poterla far salire almeno una volta su quella ferraglia con la sella.

Risoluto percorreva il lungo corridoio. Eccola Anna, nel senso opposto sempre accompagnata dalla compagna di banco, come due carabinieri.

-“Anna!”

-“ Che cosa vuoi ancora?” disse con una smorfia d’insolenza.

-“Quello che ti ho detto prima è vero, se quest’anno, nel primo quadrimestre, avrò un solo cinque, i miei metteranno il lucchetto allo scooter… Me la dai una mano?”.

-“No!”

-“E va bene… non è solo questo, sarò sincero: ti va di uscire?”

Anna rimase in silenzio e con una spinta verso l’esterno fece cenno alla compagna di proseguire. Marco pensò all’ennesimo fiasco: due su due in due anni! Pochi minuti prima di rientrare s’incrociarono nuovamente e Anna in tono secco disse: “Alle 17 in piazzetta e…portati quella ferraglia”

A Marco non parve vero. Sospirò profondamente e nella sua testa cominciarono i vari film di quella che già assaporava come un pomeriggio straordinario. Tornò a casa. Si chiuse in camera e dalle quattordici alle quindici ci fu un’accurata scelta del vestiario, degli accessori. Alle 15:30 scese in cortile e tirò a lucido lo scooter, rabboccò la benzina e attese impaziente le 17. In quell’ora e mezzo che lo separava da Anna immaginò di tutto. L’avrebbe portata sicuramente in giro con lo scooter e poi si sarebbero fermati in un angolo della città per scambiare quelle chiacchiere che in un anno, a pochi banchi di distanza non erano riusciti a scambiare, nemmeno a ricreazione. Non voleva intontirla ma solo conoscerla e farsi conoscere meglio. Avrebbero ripreso lo scooter e più per soffocare le sue farfalle nello stomaco che sorreggere la salute di Anna cosi gracile, le avrebbe offerto uno degli ultimi gelati prima che sparissero dai banconi e le gelaterie si trasformassero in timidi bar che sfornano cornetti e cioccolate calde. Per quello, ne era sicuro c’era altro tempo, aveva e voleva sicuramente altro tempo con Anna. Alle 16 e 30 ormai impaziente si precipitò in piazzetta. Vuota, solo qualche bimbo dava calci ad un pallone contro il muro di un vecchio rudere. Anna si faceva desiderare. Marco cominciava diventare impaziente, per sbollire un po’ scese dallo scooter, il pallone gli arrivò tra i piedi, lo colpì mentre nella sua testa, pensando ad Anna ripeteva… “You and Me…”[Continua]