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ALL IN! CAPITOLO IV

All in

Dallo sguardo fisso nel vuoto del primo pomeriggio, Marco si svegliò molto più tardi con un gran mal di testa. Appena aprì gli occhi ogni cosa che era di fronte a lui gli girava intorno. Barcollò per ogni stanza. Di Anna nessuna traccia. Erano le 20. Si trascinò nella doccia e si fece piovere addosso acqua gelata. Voleva svegliarsi da quella brutta giornata e chissà, magari ritrovare Anna. Nulla da fare, nessuna Anna in giro per casa; si asciugò e vestì con una tuta, infilò le ciabatte e si sedette sul divano a TV accesa. Soltanto un ora dopo, Anna fece ritorno a casa.

Aveva passato l’intero pomeriggio e gran parte della prima serata da Giacomo. Aveva voluto sapere tutto quello che era successo in quel mese in cui vedeva sempre meno soldi nel salvadanaio. I comportamenti strani e i ritardi di Marco non erano solo a casa. C’era stato qualche episodio anche con Giacomo: due ritardi e qualche “buca”, più di una, a quei signori anziani a cui Marco teneva tanto. L’aveva coperto. Un po’ per amicizia e un po’ alla fine non lo sapeva nemmeno Giacomo il perché . Forse anche solo per non vederli litigare. Giacomo aveva confidato ad Anna anche di aver trovato indicazioni su un centro che si occupava delle patologie da gioco. Aveva più volte proposto a Marco di presentarsi li, per evitare il peggio ma Marco lo aveva respinto, sempre e in malo modo. Giacomo l’aveva affrontato e aveva detto a chiare lettere  a Marco che non intendeva affondare anche lui in questa storia. Anna alla fine di quella chiacchierata portò a casa il numero di quel centro sulle patologie da gioco.

Al suo rientro trovò tutto un altro Marco. Ora erano più calmi tutti e due. Uno senza sbronza, l’altra con idee chiare, precise e serena sul prossimo passo da farsi.

“Come stai? Sono stata da Giacomo e…mi ha raccontato tutto. Cosa ti costava parlarne?” Marco dopo un lungo silenzio rispose: “Ti ricordi quando, nel periodo della scuola volevo sembrare tutto quello che non ero e tu mi hai rivoltato come un calzino in pochi mesi? Beh ecco…ci sono ripiombato dentro. Ho vinto, ho perso, ho bevuto…”

 “Ok…mi basta questo.” Tirò fuori dalla giacca il biglietto che Giacomo gli aveva lasciato e lo fece vedere a Marco. “Questo è il nome di un centro che cura le dipendenze. Voglio fermare tutto questo prima che sia troppo tardi. Lunedì lo chiamiamo e prendiamo un appuntamento. Non voglio sentire altro!”

“Seeeeh…cioè vorresti che io vada ad uno di quegli incontri dove fanno…”Ciao sono Marco e non bevo e gioco da 3 settimane…Ciaaaaoooo Maaaarcooo!”? – “Esatto!” – “Scordatelo!” – “Marco non voglio sentire altro se non lo chiami tu, lo farò io! – “Fa come ti pare!”

Lunedì arrivò in fretta. Si erano concessi una domenica di svago andando a trovare prima i genitori di lei e poi la mamma di lui. Per nessun motivo, nelle due visite, avevano messo sul piatto il problema sorto in quei mesi. Il lunedì mattino Marco si stava defilando per evitare quella chiamata ma Anna lo acciuffò per le scale e lo riportò a casa. Si sedettero e Anna attese di fronte a Marco fino a quando quella chiamata non fu fatta. A nulla valsero le lamentele e le scuse di Marco su suoi possibili ritardi a lavoro. Anna aveva contattato tutti gli impegni di Marco e ne aveva annullati una buona parte. Alla fine Marco desistette. Compose il numero, parlò con la segretaria che in maniera molto cordiale fissò un appuntamento per il pomeriggio seguente alle 15.

Si guardarono e dopo un gran sospiro Anna spalancò il suo sorriso. – “Grazie!” Marco sorrise e non rispose.

Quello stesso pomeriggio, dunque, Marco cominciò il suo percorso di riavvicinamento alla realtà. Alle ore 14:30 era già di fronte al piccolo ingresso dell’associazione. Anna lo lasciò lì e si recò al centro commerciale a fare shopping. Voleva che quel momento di confronto fosse solo per marco, che affrontasse il suo problema come tutte le volte che ne aveva avuto uno. Si fidava e sapeva che Marco ne era capace.

Una porta anonima di un grande edificio in un grande piazzale della periferia cittadina, vicino all’ospedale e alla zona commerciale. Su un lato vicino al campanello un cartello plastificato con il nome dell’associazione e tutti i riferimenti telefonici e gli indirizzi internet. L’umidità lo stava scolorendo ma il nome si leggeva ancora. A.G.A.P. (Associazione Giocatori e Altre Patologie). Marco suonò una sola volta e la porta automatica scattò per aprirsi. Una sola rampa di scale divideva la fuga e la rinuncia dall’affrontare il tutto. Salì lentamente e spinse in avanti la porta già aperta. Una signora di mezza età alzò lo sguardo aspettando che Marco si annunciasse.

“Salve…sono Marco, ho chiamato stamattina, sono qui per l’incontro…”

“Benvenuto Marco! Stiamo ancora attendendo l’arrivo degli altri ma può accomodarsi tranquillamente nella sala in fondo. C’è già qualcuno con Pietro, il nostro assistente che terrà questo incontro.”

Marco accennò un sorriso di circostanza e si avviò verso la sala. Mentre camminava poteva distintamente udire il chiacchiericcio del gruppo che attendeva l’inizio dell’incontro. Pietro si voltò ed accolse Marco con un sorriso pieno  e gli occhi brillanti – “Buon pomeriggio Marco! Ho sentito si suo nome dalla segretaria, stiamo attendendo gli altri e tra poco inizieremo.”

Marco si guardò intorno. Età diverse, aspetti diversi. Uomini ma anche donne. Volti arrossati dall’alcol, sguardi assenti di chi ancora faceva calcoli sulle ultime giocate. Alla spicciolata arrivarono gli ultimi e si sedettero in circolo al centro della stanza.

Pietro esordì: “Ci siamo! Benvenuti a tutti, io sono Pietro e vi accompagnerò verso la libertà. Se siamo qui è perché abbiamo deciso di toglierci di torno qualcuno che ci insegue e anche se stiamo correndo per scappare ci acciuffa e ci fa sedere nuovamente davanti a un tavolo da gioco, di fronte ad un PC a scegliere partite e a fare calcoli. Non siamo qui, assolutamente, per far riemergere tutto il nostro passato, siamo qui per dirci ancora una volta quanto siamo stati sciocchi a buttare inutilmente quello che avevamo in tasca, compreso il nostro tempo, che invece avremmo potuto tranquillamente spendere per altro. Perché no…anche per un regalo a sorpresa a chi amiamo. Ci state?”

Un silenzio assordante invase la stanza. Parole troppo semplici ma vere: chi era li era per liberarsi di qualcosa che non gli apparteneva.

Come Marco sospettava, iniziò il giro di presentazioni consueto. Nomi, storie e soprattutto cifre, dalla più esigua ad un vero e proprio patrimonio andato. Era il turno di Marco e Pietro, visto il momento di esitazione, lo esortò con lo sguardo.

Marco cominciò: “Ciao a tutti…sono Marco e…e…mi sono giocato e bevuto non solo i soldi ma sicuramente anche la dignità. Giocavo…gioco,perdo… perdevo e quindi bevo…bevevo. Bevevo, mi sentivo “lucido” da giocare ma…ovviamente, giocavo e…perdevo. Sono un gatto e mi sto mordendo la coda. Non ne esco fuori! Se sono qui è perché fino al piazzale mi ha trascinato la mia compagna, arrivato alla porta però mi sono spinto da solo su per le scale!”

Il gruppo scoppiò in una risata che ruppe quell’aria tesa e fatta di storie.  Quel primo incontro fu fatto solo dalla conoscenza non tanto delle storie quanto delle persone. Chi erano state, chi erano adesso e chi volevano diventare. Dopo due ore Anna si ripresentò al piazzale. Marco salì in macchina e si chiuse dentro il suo piumino. Zero parole fino a casa.

Appena arrivati nel salottino Anna ruppe il silenzio: “Allora…come è andata?”

“ E’ andata…era come dicevo io…la presentazione come dicevo io..tutto come dicevo io… insomma mi sembrava di stare in un cerchio di rimbambiti”

“Ma Marco…”

“L’unica cosa positiva, forse, è che non hanno tanto girato il dito nella piaga…”

“bene…vedrai che ti allontanerai da quest’incubo…ora non parliamone però, prepariamoci una cenetta e parliamo di tutt’altro dai…”

Marco continuò nel suo mutismo e preparò con Anna la cena.

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ALL IN! – CAPITOLO III

All inOre 13. Marco non era ancora a casa e per Anna questo era tutto molto strano. In uno di quei sabati che lo impegnavano con quel tipo di volontariato al massimo alle 11.30 doveva essere a casa. La loro routine di fine mese, ormai consolidata, prevedeva che al rientro di Marco, Anna fosse già pronta e con la lista della spesa e il sacchetto di monete da cambiare in mano. Stavolta no.

Anna dalle 12:45 era attaccata al cellulare per chiamare Marco. Il telefono di Marco era libero ma dall’altra parte non rispondeva nessuno. Si affacciò e alla finestra non vide la macchina. Prese nuovamente il cellulare e contattò Giacomo, un collega di Marco.

“Pronto Giacomo!”

“Ciao Anna, come stai?”

“Io bene…ma…sai per caso dov’è Marco? –  Anna tentò di nascondere i segni dell’agitazione che aveva già da un po’ – “Lo sto aspettando per fare spesa ma ancora non è arrivato…”

“mah…guarda…è passato in sede ed è venuto con me per aiutarmi a scaricare delle attrezzature, è tornato alla macchina dicendomi che sarebbe tornato a casa. Oggi non ha girato molto: i suoi “ragazzotti” erano apposto…saranno state le 10:30 quando abbiamo finito….”

“Hummm…va beh grazie lo stesso…” Non permise a Giacomo di salutarla che aveva già riagganciato.

In quello stesso istante lo scatto della chiave, nella toppa della porta blindata era il segnale che Marco era finalmente a casa. Anna sospirò e nascondendo tutte le sue sensazioni e i suoi stati d’animo di quella mattinata, lo accolse con il suo sorriso. Marco non la degnò di uno sguardo, apri la vetrinetta dei liquori e si versò un bicchierino di anice. In due anni non l’aveva mai bevuto.

“Ehi che succede?”

“Niente…”

“Niente!?

“Non vedendoti arrivare ho chiamato Giacomo…avete fatto presto oggi…”

“ Chi ti ha detto di chiamarlo? Non potevi chiamare direttamente me? “ – Marco era visibilmente alterato, tutti i soldi “investiti” in quel ennesimo weekend erano andati in fumo. Non voleva sentire e vedere nessuno. Beveva.

“Beh se tu rispondessi al telefono forse evitavo tutto questo giro…no? E smettila di bere!”

“No! Devi chiamare me!!!” L’urlo di Marco si schiantò sulle pareti del salottino. Il  bicchierino che aveva tra le mani si frantumò sul pavimento.

“Cosa urli? Bene facciamo a chi alza la voce! Non so cosa tu abbia oggi, ma stamattina mentre ti aspettavo ho fatto come sempre la conta del salvadanaio. Sai cosa c’era dentro? NIENTE!!! Dai…continua a bere…dai…”

“Hufff…falla finita…Niente…ma dai che dentro ci saranno almeno un centinaio d’euro…sei sempre a mettere lì tu…”

“Niente Marco…niente e quando dico niente è NIENTE! Si e no saremo arrivati a 55 euro anzi per l’esattezza €55,50. Ora capisci da solo che, se dai tuoi conti ci dovrebbero essere un centinaio di euro, ne mancano più della metà…dove sono?”

Marco rimase in silenzio e si versò un altro bicchiere di anice.

“Ancora!?!?! Marco…” silenzio. “Marco mi vuoi rispondere?”

Silenzio. Marco si scolò l’ennesimo bicchiere di anice e poi sbottò

“Li ho giocati alle scommesse, e alle slot… anche bevuti…contenta?”

Anna avrebbe voluto far finta di non aver sentito. Non avrebbe voluto mettere una sottolineatura a quel suo pensiero che aveva da qualche settimana. Eppure, rimanendo in silenzio e guardando Marco, stava confermando tutti i suoi pensieri, virgole comprese.

“ Tutti…?”

Marco non rispose. Per Anna era il segno che almeno i soldi preventivati e che sicuramente mancavano nel salvadanaio, fossero partiti per altri lidi. Non ebbe alcuna reazione se non prendere la borsa, uscire e sbattere la porta. Marco dopo l’ennesimo bicchiere di anice si buttò sul divano con lo sguardo fisso nel vuoto.

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ALL IN! – CAPITOLO II

All inAnche quel fine settimana però Marco aveva nuovamente giocato 15€ tra serie A, serie B e campionati minori. Di quei 15€ giocati non ne aveva recuperati nemmeno la metà. Il lavoro nell’officina in cui passava il tempo smontando motori, negli ultimi tempi era sceso; per fare un po’ di giardinaggio doveva aspettare la primavera. Autunno ed inverno non si batteva chiodo. E cosi a Marco era rimasto il volontariato per racimolare quel poco da giocare il fine settimana. Le mance per la spesa della signora Maria, il resto delle bollette della signora Franca e delle sigarette di Giuseppe, il fine settimana arrivavano tutti nelle casse del punto scommesse più vicino. Di mesi ne erano passati e non si trattava più di giocare la solita “bolletta” dove ormai non faceva nemmeno più caso a cosa giocasse, no, Marco si stava spingendo oltre e diversi euro erano finiti anche nelle slot mangiasoldi, un euro alla volta uscivano dalle tasche ed entravano in sala scommesse.

Sabato mattina di fine mese. Anna si alzò dal letto che Marco era andato via già da un pezzo. Il sabato con il volontariato Marco accompagnava gli anziani a fare tutte le loro spese, sarebbe rientrato a metà mattina. Dopo essersi infilata la tuta prese il salvadanaio per iniziare quel rito della conta mensile e si era messa al tavolo per cominciare. Lei, il gruzzoletto e una tazza di caffè. In poco tempo aveva suddiviso le monete per valore e dopo averli contati due volte, avrebbe scritto il totale su un foglietto e messo  tutto in un sacchetto. Stavolta però, anche ad occhio le era sembrato che dentro quel salvadanaio non ci fosse quasi niente. Contò altre due volte. Niente, sempre lo stesso importo. 55,50€. Ricordava di aver inserito lei stessa delle monete da uno e due euro; che anche Marco aveva inserito quello che aveva in tasca, ma li sembrava non ci fosse granché. Fece un sospiro, riempì il sacchetto e nel foglietto scrisse 55,50€; a conti fatti e per quello che Anna ricordava dovevano esserci almeno una ventina di euro in più. Anche lei aveva fatto dei “prelievi” ma aveva prontamente rimesso tutto al suo posto. Prese coraggio. Era ora di parlare con Marco.

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ALL IN! – CAPITOLO I

Un salottino con le piastrelle color bianco sporco e la carta da parati con motivi “stracciatella”; in alto sulla parete del muro maestro, due grandi puzzle da cinquemila pezzi ciascuno raffigurante i segni zodiacali di entrambi, foto da bambino di lui e di lei. Un divano di pelle chiara e una grande TV. La cucina nuova, con elettrodomestici nuovi ed un tavolino apribile, quattro sedie. Due camere: la matrimoniale per la loro intimità e un’altra più piccola che fungeva da studio e all’occorrenza da stanza per stirare, un bagno. Era tutto qui l’appartamento di Anna, 60 metri quadrati che bastava e avanzava per due che come loro erano più fuori che dentro quelle mura ma che per loro significavano indipendenza e libertà.

Libertà, si, avevano deciso di stare insieme ma senza costringersi ad una gabbia. La loro adolescenza era stata piena di gabbie. Volevano più sostenersi a vicenda che “mettersi le manette” come avevano fatto alcuni di loro coetanei. Tutto questo era il mondo di Anna e Marco. Un mondo all’apparenza semplice e monotono. E in questa monotonia Marco ha iniziato a tornare un pò indietro, ai tempi della scuola quando con i compagni preparava la “bolletta” del week end; mettendo 0,50€ a testa sceglievano una partita ciascuno e scommettevano. A volte vincevano e dividevano la vincita, a volte perdevano e per quella settimana…era andata.

Marco era cresciuto e come abbiamo detto, maturato, avrebbe potuto fare come nella seconda parte di quella adolescenza: accantonare gli spicci della tasca nel bel salvadanaio che aveva comprato nell’ultima gita scolastica. Anzi, da quando con Anna vivevano insieme avevano cominciato ad usarla per fare la spesa di fine mese. Certo non era una somma esorbitante ma, dopo averli cambiati in contanti con il proprietario della lavanderia a gettoni a due passi da casa , evitavano di salassare i loro conti correnti.

Quel divertimento adolescenziale era tornato a galla e Marco aveva ripreso a scommettere. Stavolta da solo. Per giocare ogni weekend prendeva da quel salvadanaio 1…2…5 euro. Ogni mese aprivano quel salvadanaio ma da diversi mesi, anche se non facevano spesso caso a quanto avessero messo di giorno in giorno, trovavano sempre meno. Marco non aveva il coraggio di dire ad Anna di aver ripreso a giocare come un tempo e ogni volta trovava una scusa.

Anna, altrettanto , in un primo momento non disse nulla a Marco pensando e sperando che spegnesse un pò quel “ritorno di fiamma” per il gioco. Ora però non ce la faceva più e avrebbe preso Marco con una scusa per chiedere che fine facevano quei soldi. Non sapeva come, ma doveva farlo.

Citazioni · Riflessioni

La panchina delle confessioni

PanchinaUna bella giornata autunnale, con ancora il sole che fa capolino fino nel pomeriggio inoltrato e la possibilità di camminare tra le vie e i parchi della mia città.

Preferisco sempre fare quasi lo stesso giro, la città è piccola e alla fine i posti in cui vado a finire sono gli stessi quasi tutti i pomeriggi.

Qualche giorno fa, forse avevo esagerato e al ritorno ho deciso di attraversare uno dei polmoni verdi vicino al centro storico e sedermi per qualche minuto su una panchina. Quando ho fatto per andarmene l’occhio mi cade sullo schienale della panchina, dove c’è scritto quello che vedete:

“LA PANCHINA DELLE CONFESSIONI IN AZIONE… CONFESSATI ANCHE TU!” Trascrivendola ho volutamente lasciato Dio. Credo che Lui in tutta questa frase non c’entri. Meglio, preferisco pensare che quella panchina sia stata punto di ritrovo per molti ragazzi o chissà, forse, anche per qualche adulto e che sia diventata punto di ritrovo fisso o quasi e che li le parole sussurrate, urlate, i pianti, i sorrisi, segreti e chissà che altro, abbiano impregnato quel legno. Solo lui sa, solo lui trattiene tutto immutato.

Figlio di una generazione a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, anche per me c’è stata “la panchina delle confessioni”: luogo dove ritrovarsi, parlare, stare in compagnia. Nel corso degli anni sarà cambiata come location, come volti di chi la occupava, ma comunque c’era sempre un posto dove ritrovarsi e allontanare per un pomeriggio le noie scolastiche o della vita quotidiana.

 

E voi…avrete anche voi un posto che per abitudine è diventato “il solito posto”? Che cos’è per voi questo posto?

 

Alla prossima!

life · Riflessioni

Radici

RadiciCondivido con tutti voi questo pensiero che ho ritrovato tra i miei appunti sparsi  nei meandri del PC. Sono appunti che ho buttato giù dopo una giornata in campagna  e dopo aver osservato mio padre lavorare i campi.

“Spazi verdi, aria buona e il lavoro nella propria terra, la nuda terra, con mio padre chino sulla fresa mi hanno portato a pensare profondamente alle mie radici. E di queste radici ne sono orgoglioso! Il lavoro nei campi, la fatica, l’amore per la propria terra, la fresa che smuove le zolle. Quella terra accoglierà nuovi semi che saranno germogli e poi frutti. Dico grazie a chi mi ha trasmesso questi valori e questi insegnamenti. La mia famiglia. Chissà se un giorno sarò capace di amare allo stesso modo ed insegnare a chi verrà ciò che loro hanno insegnato a me. E come si fa nei campi un po’ penso dovremmo fare anche nel nostro animo. Lavorarlo, smuoverne le zolle. Se faremo questo credo che in qualche modo raccoglieremo il frutto del seme che il Signore ha gettato in noi e continueremo a seminare.”

Come vedete, è un pensiero molto semplice di qualche hanno fa. Ogni volta che lo rileggo, per me è un po’ come un “esame” su quello che ho fatto e sto facendo ora usandolo un po’ come metro di giudizio.

Alla prossima!